MEMORIE DEL SOTTOSUOLO

6 – 7 Dicembre 2025

Compagnia Tiberio Fiorilli


Ministero della Cultura



ANDREA BUSCEMI



MEMORIE DEL SOTTOSUOLO


di Fedor Dostoevskij



uno spettacolo di Andrea Buscemi

con

Martina Benedetti


musiche originali Niccolò Buscemi



direzione artistica Dino Signorile


organizzazione Luca Amoruso



 

Le tematiche e le riflessioni che nel 1864 mossero la stesura di Memorie del sottosuolo, mettendo profondamente in discussione le regole della società moderna, sembrano tornare oggi prepotentemente attuali.
Com’è noto il romanzo occupa un posto centrale all’interno dell’intera produzione del grande scrittore russo, precedendo i successivi suoi più famosi romanzi: anzi, per certi versi Sottosuolo sembra quasi una mirabile introduzione ad essi, dato che ideologicamente rappresenta la prima incursione nel campo della filosofia e l’elaborazione chiara e consapevole del tema dell’uomo del sottosuolo, che sarà poi una costante di tutta la sua opera letteraria.
Come il romanzo, anche lo spettacolo si divide fatalmente in due parti.
Nella prima un uomo dell’ottocento (ma anche dei tempi nostri) va a confutare gli ideali ottimistici del positivismo che, dati alla mano, non potranno mai condurre all’agognata società del benessere fondata su scienza e ragione, perché l’essere umano fin qui ha dimostrato di anelare semmai a un segreto desiderio di sofferenza, di sporcizia e di umiliazione che non può essere arginato da nessuna teoria della ragione, e tanto meno da pulsioni religiose che nei secoli hanno inutilmente proposto ideali di fratellanza umana.
Esempio lampante di questa irragionevolezza e di questo desiderio di sofferenza è proprio lui, il cui dramma è una profonda interiorizzazione della complessità della realtà. Antesignano di tutti i grandi personaggi beckettiani e di quel teatro del novecento che dovette poi cantare la fine dell’Umanesimo, egli, troppo impegnato a ricercare la causa prima del suo agire, è così afflitto da una sostanziale accidia, opposta agli uomini cosiddetti d’azione, i quali riescono ad imporsi delle mete e a seguirle fino in fondo.
Le prove che elenca dimostrerebbero l’irrazionalità dell’uomo nella Storia, a cominciare dalle guerre, l’infelice tema che torna oggi così prepotentemente attuale.
La causa dell’irrazionalità e della preferenza dell’uomo per la sofferenza starebbe, secondo l’uomo del sottosuolo, nella sua facoltà più cara: quella di esprimere una volontà, in ossequio alla quale egli è anche disposto a rinunciare ai suoi vantaggi. Questo andrebbe contro le leggi di natura, esemplificate dal prodotto 2 x 2 = 4, al quale il narratore contrappone il 2 x 2 = 5, una delle possibili conseguenze del trionfo della volontà individuale.
Ma per lui, le uniche conseguenze di queste considerazioni sono l’accidia e l’inattività, da cui deriva il ritiro dalla vita sociale, ovvero il suo rifugiarsi nel “sottosuolo”, una tentazione che al giorno d”oggi investe così tante persone, che non credono piu al “senso del mondo”.
Per spiegare meglio il proprio dramma esistenziale, l’uomo rievoca fatti accaduti sedici anni prima, all’epoca in cui era impegnato come piccolo burocrate.
Egli era già un uomo tormentato dai dubbi e dal senso di inadeguatezza, ma ancora vi era in lui la voglia di affermare la propria esistenza e di non soccombere all’ignavia per integrarsi nella società, seppure attraverso azioni indegne.
In un postribolo conosce una prostituta, Liza, a cui fa credere di essere un benefattore e di provare dei veri sentimenti per lei. Ma, quando la ragazza va a trovarlo a casa, perché fiduciosamente convinta che lui le potrebbe davvero cambiare in meglio la vita, egli la maltratta con disprezzo e la costringe a fuggire in lacrime, raggiungendo così il massimo dell’abiezione nello sfogare le proprie frustrazioni su un soggetto ancora più svantaggiato di lui nella società, immergendosi fatalmente in un’ ennesima umiliazione per la reazione di lei di fronte ai suoi trancianti deliri.
Così,lungi dall’essere un eroe e un esempio di rispettabilità, l’uomo medio non può che avere un destino meschino e perdente.
Uno spettacolo che intercetta quell’assenza di luce che spinge Dostoevskij alla radice delle domande esistenziali, scandagliando quel sottosuolo dell’anima che mai l’uomo riesce davvero a governare, forse soltanto a scrutare, e che i tempi cupi che stiamo vivendo ripropone impellentemente.

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